Ringrazio molto l’Investigatore Biblico per avermi onorato della possibilità di recensire il suo prezioso lavoro.
Non ho capacità tecniche di biblista che mi abilitino a poter dare un parere specifico, ma come sacerdote ormai da qualche anno, che per 18 dei miei 26 anni di sacerdozio ho celebrato la Messa e predicato usando la versione della Bibbia della CEI, prima quella del 1974, poi quella del 2008, da quando è entrata in vigore, sono certamente molto direttamente toccato dal tema del libro, anche per l’impatto che la traduzione della Bibbia ha nella vita di fede dei cattolici affidati alle mie cure pastorali o miei amici.
Desidero anzitutto ringraziare pubblicamente il Signore, per aver ispirato a questo suo sacerdote, l’Investigatore biblico, il lavoro che presenta in questo libro.
Peraltro, non è un caso che questo sacerdote debba usare uno pseudonimo, e già da solo questo fatto rende più evidente l’importanza di questo lavoro.
Siamo infatti in una situazione, nella quale non ci sono più limiti alla persecuzione della fede anche dall’interno della stessa gerarchia ecclesiastica. Purtroppo i nemici di Dio infiltrati nella Chiesa, e i pastori traditori, non esitano ad abusare dell’autorità che il Signore ha dato ai Suoi ministri per confermare i fratelli, usandola invece per confonderli. Non sono certo tutti, e forse nemmeno la maggior parte, ma certamente hanno raggiunto molto potere per fare questo. Tanto che ci possono essere sacerdoti che, solo per aver annunciato il Vangelo, sono nella stessa situazione di Giovanni il Battista.
E così questi mercenari realizzano varie parabole di Gesù oltre ad antiche profezie veterotestamenrarie.
Fino al punto che, quando il Signore dice una parola, si finge di trasmetterla, ma, con la scusa della traduzione, la si cambia, facendo passare un messaggio sostanzialmente diverso, quando non addirittura opposto a quello che il Signore ha trasmesso, come Investigatore Biblico ampiamente dimostra.
Ogni traduzione comporta sempre il pericolo di tradire un pochino il messaggio originale. Chiunque abbia anche semplicemente l’esperienza di vivere per un po’ di tempo all’estero, come me, o perfino in una regione diversa d’Italia, lo sa benissimo.
Nessuno è così sciocco da negare questo.
Ma altra è la difficoltà reale e inevitabile, conseguenza del castigo della torre di Babele, altra è l’ostinata negazione dei contenuti trasmessi dalla Parola di Dio, col pretesto della traduzione.
Tanto più che la tradizione della Chiesa ha trasmesso gli stessi contenuti anche nella predicazione e nella teologia, oltre che nelle antiche traduzioni, come per esempio quella di San Girolamo, che rimane il testo ufficiale della Bibbia Cattolica, seppure con la possibilità della variante nuova.
Basti pensare alla realtà dei castighi di Dio, o alla possibilità di essere indotti alla tentazione, o alla condanna dei peccati contro natura, o alla proclamazione della Natura divina di Gesù. Tutte queste cose sono presenti nel testo ufficiale della Bibbia, ma non sempre fedelmente riportate nelle traduzioni.
È impressionante vedere come gli stessi “pastori” che promuovono l’archeologismo, quando loro conviene, -ossia usano consuetudini e situazioni della Chiesa “delle origini”, veri o presunti, o addirittura spesso costruiti ad hoc, per cambiare le consuetudini buone-, essi stessi non vedono i fatti della vera Chiesa delle origini, quando questi non sono utili alla loro strategia.
Mi spiego meglio: gli apostoli hanno immediatamente, in forma miracolosa, parlato tutte le lingue, sotto l’opera dello Spirito Santo. In tutte le lingue hanno proclamato lo stesso unico Vangelo. E sono subito partiti in tutte le direzioni annunciando la stessa fede, anche se si trovavano a predicare nei contesti più diversi.
Così pure i missionari di tutte le epoche della lunga storia della Chiesa, non hanno mai sentito l’esigenza di limare o ammorbidire la Parola di Dio, per renderla più accettabile ai loro interlocutori.
Ed il fatto che questo non corrispondesse molte volte alle aspettative dei popoli a cui gli apostoli e i missionari si rivolgevano, è testimoniato dalle schiere dei martiri. Se le loro parole fossero state adeguate al contesto, per quale motivo sarebbero stati messi a morte?
Non parliamo solo di quelli dei primordi: basti pensare ai recenti martiri ugandesi, uccisi per non aver partecipato a pratiche comuni nelle “culuture” locali. Le stesse pratiche che oggi purtroppo perfino taluni sacerdoti, prelati e cardinali della Chiesa Cattolica vogliono promuovere. Non sappiamo se i martiri ugandesi avessero un particolare disgusto personale per queste pratiche. Non abbiamo motivo di crederlo, visto che era la loro “cultura” tradizionale, quella da cui esse emergevano. Invece essi, illuminati dalla fede perenne della Chiesa, loro trasmessa dai missionari, pur di non offendere Dio, hanno scelto la morte piuttosto che la “cultura” del proprio popolo.
Improvvisamente, da pochi decenni a questa parte, sembra che l’unica forma per poter annunciare il Vangelo sia diventata quella di cambiarlo per adattarlo al contesto, alla “cultura” in cui viene procalmato.
La follia di questa prospettiva si rende evidente con la deformazione avvenuta nel contesto cinese, dove l’episodio dell’adultera (Gv 8) deve concludersi con la lapidazione, per non entrare in conflitto con una monogamia rigidissima che non ammette tolleranza. E invece nel mondo occidentale si usa lo stesso passo per descrivere la misericordia di Gesù perfino sorvolando sulla sua esplicita richiesta di non peccare più.
Se il criterio fosse la sintonia del Vangelo con la sensibilità locale, noi avremmo tanti Vangeli quante culture. O addirittura quante persone. E questo è evidentemente folle, e si oppone frontalmente al contenuto esplicito della Parola di Dio stessa.
Ma la realtà è tristemente molto peggiore: noi assistiamo al fatto che abbiamo tanti vangeli, quante ideologie. Non sono i destinatari dell’unico Vangelo che lo adattano alla propria cultura, ma coloro che dovrebbero essere pastori, che invece come mercenari non pensano al nutrimento buono delle pecore, bensì al proprio tornaconto.
Esattamente come la storia della Chiesa ha conosciuto battaglie feroci per difendere la fede da eresie, che in ultima analisi erano sempre alimentate e finalizzate al sostegno di specifici interessi di potere, così vediamo tristemente oggi in molte traduzioni in vernacolo della Parola di Dio, la pressione di ideologie determinate dal potere politico, che deforma il messaggio trasmesso.
Non ci resta che ricordare che, tradotta come si vuole, la Bibbia ci richiama, attraverso le stesse parole di Pietro (2 Pt, 2), Paolo (2 Cor 11; 2 Tes, 2; Gal 1), e a loro modo di tutti gli scrittori del Nuovo Testamento, che sarebbero venuti tempi nei quali, per giustificare le proprie basse passioni, gli uomini avrebbero insegnato ciò che non va insegnato.
La Parola di Dio ci intima inoltre, che, quand’anche fosse un angelo di luce a fare questo, chi vuole seguire Gesù deve rimanere nel Vangelo che abbiamo ricevuto fin dal principio (2 Gv 1).
Ora, il lavoro certosino di IB ci aiuta a riconoscere molte trappole delle tradizioni italiane della Bibbia della CEI. Questo è molto utile per aiutare chi, solo poiché non può andare al testo originale di San Girolamo, potrebbe credere che sia la Bibbia trasmessa dalla Chiesa, per esempio, a non riportare le parole dell’Angelo, ossia di Dio stesso, che chiama Maria: “Benedetta tu tra le donne”. Un cattolico italiano ingenuo penserebbe che l’Ave Maria è un mix tra le parole dell’Angelo e quelle di Santa Elisabetta (che comunque parla per l’azione dello Spirito Santo) (Lc 1).
Ma per scoprire queste e molte altre trappole seminate nella traduzione italiana della CEI – e speriamo che siano solo quelle trovate da IB – vale la pena di leggere il libro.
Un suggerimento: San Girolamo diceva che la Parola di Dio va letta in ginocchio, consiglio vivamente di pregare l’Immacolata, Colei che schiaccia la testa al serpente, prima di accostare questo testo, che scopre in una traduzione della Parola di Dio un vero e proprio campo di battaglia.
Buona lettura!
Don Francesco D’Erasmo, sacerdote cattolico, 21 febbraio 2026.
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